giovedì 27 giugno 2013

Capitolo uno: Frammenti dal mare

Scintillava tra terra e mare una schiuma bianca e poi scompariva sperdendosi in mezzo alle onde...
Il cielo la faceva risplendere, e brillava come un fuoco che ardeva con l'alba al mattino.
Serenity era una giovane dagli occhi color smeraldo e dai capelli violacei proprio come i fiori di lillà.
Cantava ogni mattina, col sorgere del sole, tra la spuma bianca del mare soavi melodie, le quali esprimevano entusiasmo ma anche malinconia: la tristezza d'esser costretta a non amare ma vivere in libertà.
C'è chi crede alla sirene, c'è chi crede alle fate, c'è chi crede alla magia, agli spiriti, lei però non era nulla di tutto ciò, anche se il suo aspetto era aneglico simile a quello di una fata o di una sirene poichè la sua casa era nei mari; purtroppo però, era un esperimento venuto male di qualche scienziato malato del paese, niente di bello o fantasioso, niente da poter raccontare ai bambini come favola prima di addormentarsi...

Serenity infatti  prima di diventar questa strana creatura era una giovane ragazza che frequentava l'università di biologia, la sua vita era una qualunque, tutto normale... fin quando non incontrò il suo professore di supplenza, uno scienziato che faceva alchimie con cavie umane, un pazzo alla quale piaceva sperimentare cose che leggeva in testi antichi... insomma un folle che doveva essere arrestato; infatti aveva un sacco di cause penali e doveva recarsi ogni lunedì al tribunale, spendeva fior di quattrini per avvocati, i migliori e alla fine scampava sempre la galera.
Capitò che un giorno la giovane ragazza ingenua prese una cotta per l'ormai adulto professore, di nome Kaleb, il quale invece di rifiutare l'amore ne fece una vera e propria relazione.
I due si frequentarono per parecchi mesi e già dopo poco lei aveva perso la testa.
Al settimo mese lui le chiese un favore, il quale trattava d'essere la sua cavia per un esperimento che l'avrebbe reso felicissimo, insomma i soliti sotterfugi maschili per ingannare una ragazza a cederla volentieri e portarsela a letto facilmente, le solite parole dolci, i soliti desideri e i soliti sguardi, lei era ingenua e ci cascò.
Venne il giorno fatidico, lei si presentò tutta carina, lui invece la trattò in modo un pò sgarbato come se fosse agitato ma allo stesso tempo arrabbiato con se stesso e anche un pò malinconico, insomma aveva degli atteggiamenti strani, già da li Serenity avrebbe dovuto capire che non doveva farlo, ma da innamorata si lasciò andare.
Lui la legò, le sussurrò di stare tranquilla mentre a lei scendeva una lacrima dal volto e annuiva con la testa, lui le infilò un ago in vena e collegò dei tubicini a una vasca con del liquido.
Lei perse i sensi e quando si risveglio non aveva più le gambe, gli erano state amputate completamente.
L'obbiettivo di Kaleb era creare un individuo con geni umani e geni di piante dai poteri curativi,  per poi farci migliardi curando con un solo tocco, insomma di certo non era interessato sentimentalmente a lei e l'aveva solo presa in giro, purtroppo però l'esperimento non era andato a buon fine.
Mentre lei non era coscente i tubi attaccati al suo corpo esplosero e le sue gambe cominciarono a gonfiarsi per qualche strana reazione chimica dovuta ai liquidi che le stava ignettando per mutarla, il suo corpo rigettò tutto e pian piano le sue gambe partendo dalla punta del piede stavano andando in putrefazione. Lui però non poteva avere sulle spalle un altro processo per omicidio così decise di amputargliele per vedere se il resto del corpo poteva farcela, fasciò l'emoraggia e in poco tempo il resto del corpo tornò normale; almeno questo aveva funzionato.
Nel momento in cui Serenity aprì gli occhi vide in mano a lui delle bende piene di sangue, e preoccupata, ancora con gli occhi appannati dall'anestesia si guardò in torno.
Lui la fissò dispiaciuto e le disse con aria cruda:
"Ho fallito, fa nulla non ti dispiacere..."
Lei lo fissò, si guardò in basso e notò di non aver più le gambe, non sentiva nulla al di sotto delle braccia, non aveva più nulla sotto metà coscia, tutto per un suo errore, così arrabbiata gli urlò contro:
"Mi avevi promesso che sarebbe andato tutto bene, che dopo mi avresti sposata e che avremo fatto un viaggio insieme e ora?!" - piangendo.
"Dai lo farò da solo, te potrai stare qui a studiare, sarà meglio per la tua cariera."
"E tutte le parole che mi raccontasti?"
"Dai, vedo come risolvere, mi dicesti che ti piacevano le sirene giusto?"
"...si"
"Ecco, proverò a impiantarti una protesi da sirena, così la smetti di lamentarti" - sorrise e se ne andò lasciandola legata.
Lei restò in silenzio per 9 ore, immobbile tra qualche singhiozzo e agonia dal dolore delle gambe mozzate: era traumatizzata, non sapeva che fare o che dire, era solo speranziosa che il suo grande amore la salvasse.
Passate 9 ore ecco che lui tornò sudato e stanco con una protesi fatta di squame, era proprio identica a una coda da sirena con addirittura cavi da impiantare per essere comandata con impulsi nervosi, insomma era come se fosse sua, poteva controllarla e muoverla, ma non erano gambe, e non poteva di certo diffondere questa notizia, doveva liberarsene.
Gli montò questa protesi le diede un bacio sulla fronte e una collana che teneva al collo da tempo, la prese in braccio e la caricò in macchina, guidò fino al mare più vicino e la butto dentro.
"Scappa il più lontano che puoi, non tornare, se mi ami lo devi fare per me, ti prometto che non ti dimenticherò, non avrei voluto che fosse andata così, ma è successo, non posso fare altro, vai per la tua strada."
Lei era triste così fece quello che lui le ordinò senza fiatare, lo amava così tanto che avrebbe fatto qualunque cosa anche se ormai aveva capito che non era mai stata ricambiata e che anche ora il suo buon cuore era per salvarsi la pelle e le sue parole dolci erano solo per evitare altre denuncie.
Da li lei iniziò la sua vita nel mare, cibandosi di pesce crudo e dormendo sugli scogli, infreddolita dal gelo ogni tanto si riscaldava sulle spiagge più deserte e la notte cantava per augurare un sereno sonno a Kaleb: lei sperava che un giorno lui tornasse a prenderla e la portasse via con se ma sapeva che non era così e non le restava nulla che la speranza per andare avanti, la speranza di gridare melodie alla luna.

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